Guido Mazzoni, Teoriadelromanzo, Bologna, il Mulino, 2011 («Saggi», 700), p. 230.
Guido Mazzoni, Teoriadelromanzo, Bologna, il Mulino, 2011 («Saggi», 700), p. 235.
Alberto Asor Rosa, Introduzione, in Scrittori e popolo, Roma, Savelli, 1976 («Saggistica», 3), p. 4.
Mazzoni, Teoria del romanzo, cit., pp. 268-271.
Al riguardo rinvio alla mia tesi di dottorato: Soggettività e Quarto Stato. Modalità della rappresentazione interiore nella narrativa realista e naturalista, Scuola Normale Superiore, 2023 (https://hdl.handle.net/11384/127362).
Giovanni Maffei, Francesco De Cristofaro La mente arredata. Un’introduzione, «Status Quaestionis», xii, 2017, pp. 5-6. La rivista è consultabile in rete.
Al riguardo mi permetto di rimandare a Guido Scaravilli, Due umili verghiani. Strategie della soggettivazione in Rosso Malpelo e Jeli il pastore, «Status Quaestionis», xxiv, 2023, pp. 385-404.
Antonio Di Grado,Lavita,lecarte,iturbamentidiFedericoDeRobertogentiluomo,Catania,Bibliotecadellafondazione Verga, 1988 («Serie Studi», 7), p. 126.
Sul valore programmatico di questa prefazione si veda anche Giovanni
Maffei, La passione del metodo. Le teorie, le poetiche e le narrazioni di Federico De Roberto, Firenze, Cesati, 2017 («Resoconti di Letteratura Italiana», 14), pp. 203-212;
Giuseppe Lombardi, Le prefazioni: riflessioni di poetica e dichiarazioni dimetodologia, in Idem, Dai‘Documentiumani’allenovellediguerra, Enna, Euno, 2018 («Studi», 14), pp. 51-78;
Nunzio Zago, Introduzione, in Federico De Roberto, Novelle, a cura di Nunzio Zago, Milano, Rizzoli, 2021, pp. 19-22.
Federico De Roberto, Prefazione, in Documenti umani, cura di Antonio di Grado, Roma, bae, 2009 («Classici Sommersi», 1), pp. 159-166: p. 159.
È noto – ed evidente ad una prima lettura – che sull’impianto della prefazione ebbe un influsso decisivo il saggio di metodo di Maupassant anteposto a Pierre et Jean, Le Roman (1888). Per un confronto tra le due prefazioni cfr. Maffei, La passione del metodo, cit., pp. 203-206.
De Roberto, Prefazione, cit., p. 166.
De Roberto, Prefazione, cit., p. 160.
De Roberto, Prefazione, cit., p. 165.
De Roberto, Prefazione, cit., p. 166.
L’idea che «osservazione» e «analisi», ovvero «fisiologia» e «psicologia», fossero strategie diverse e concorrenti, ma equivalenti ed eventualmente integrabili di accostamento alla conoscenza dell’uomo era emersa già nel 1891, in parecchie delle interviste agli scrittori (vera selva di concetti, schemi, antitesi e giudizi sommari) raccolte da Jules Huret per la sua Enquête sur l’évolution littéraire; come pochi anni dopo dall’impresa analoga condotta in Italia da Ugo Ojetti, con Alla scoperta dei letterati. È interessante notare che l’associazione di tali strategie, e la contrapposizione solidale di esse alle etichette emergenti (simbolismo, decadentismo, idealismo…), a volte era stata a lode di fisiologia e psicologia, a volte ad accomunante condanna. Ad esempio Paul Alexis, alfiere ancora convinto della scuola zoliana, si rivolge al giornalista: «Je vous demande un peu, lorsqu’on n’arrive à la connaissance complète de l’homme que par la physiologie et la psychologie, pourquoi tenir une des deux fenêtres obstinément fermée?» (Jules Huret, Enquête sur l’évolution littéraire, Paris, Charpentier, 1891, p. 194); e poi minimizza le altre vie: «Quant aux symbolistes, aux décadents, ils n’existent même pas…» (ivi, p. 195). Mentre Ojetti, nei Prolegomeni della sua inchiesta, non esita a prender posizione contro l’alternativa, che ritiene finta, di fisiologia e psicologia, a favore di quello che per lui è il rimedio autentico, l’Idealismo, alla crisi in corso delle lettere: «io ho in grande disdegno tutta l’arte puramente naturalista – sia fisiologica che psicologica – la quale ha confuso il mezzo con lo scopo e ha fatto romanzi con quella materia grezza e ed informe donde l’artefice idealista estrarrà per sua maestria l’opera vera» (Ugo Ojetti, Alla scoperta dei letterati, Milano, Dumolard, 1895, p. ix).
L’insistenza sul carattere scientifico del metodo analitico si ritrova in un importante saggio che De Roberto dedicò alla tecnica del Bourget, in cui il romanziere francese è descritto come un romanziere-scienziato. Per lo scrittore siciliano, i romanzi del Bourget sono «degli studi di anatomia morale: come lo scienziato, che mette a nudo la compagine dei muscoli, dei nervi e delle ossa, l’artista squarcia il cervello dei suoi personaggi e vi rintraccia le sensazioni, le immagini e le idee. Come lo scienziato s’interessa, più che alle condizioni normali della salute, alle alterazioni determinate dai processi morbosi, così il romanziere studia di preferenza le malattie morali, la patologia della coscienza. A quel modo stesso che lo scienziato dall’accertamento dei fatti s’innalza ai principi generali che li reggono, il romanziere psicologo passa dalle particolari osservazioni alle leggi» (Federico De Roberto, Letteratura contemporanea. Paolo Bourget, in Idem, Il tempo dello scontento universale, a cura di Annamaria Loria, Torino, Aragno, 2012, pp. 57-58). L’analisi bourgettiana è qui descritta come uno studio ‘scientifico’ delle concatenazioni logiche del pensiero, cioè come una scomposizione della ‘meccanica’ psicologica del personaggio analizzato.
De Roberto, Prefazione, cit., p. 166.
A quest’altezza, De Roberto non aveva concepito l’Illusione (1890): romanzo d’analisi pura di un soggetto femminile, ma senza alcuna interferenza della voce narrante (al contrario delle opere di Bourget). Si tratta della lunga e mesta biografia di Teresa, condotta con una «prospettiva rigorosamente ristretta o, se preferiamo la terminologia proposta da Gérard Genette, facendo ricorso alla più fissa, alla più indefettibile focalizzazione interna: il narratore vede attraverso il suo personaggio (Mario Lavagetto, Introduzione, in Federico De Roberto, L’Illusione, Milano, Garzanti, 1987, pp. v-xvi: p. xii). Sulle strategie della soggettivazione nel romanzo cfr. Giovanni Maffei, «Un monologo di 450 pagine». Note su ‘L’Illusione’ di Federico De Roberto, in «Tutto ti serva di libro». Studi di Letteratura italiana per Pasquale Guaragnella, ii, a cura di Grazia Distaso et al., Lecce, Argo, 2019, pp. 68-92.
L’idea goncourtiana di una più spiccata originalità – e complessità – degli strati sociali elevati e, quindi, della maggior difficoltà della loro rappresentazione per mezzo di «une étude appliquée» e «rigoureuse», non trova riscontro in Zola. Quest’ultimo tenta di confutarla ne Le Roman expérimental, in cui, rivendicando l’efficacia e il rigore del «metodo sperimentale», ritenuto universalmente valido e applicabile senza restrizioni sociali di sorta, afferma: «Mais portez la même analyse dans une classe élevée, dans des milieux d’éducation et de distinction si vous dites tout, si vous allez au-delà de l’épiderme, si vous exposez la nudité de l’homme et de la femme, votre analyse sera aussi cruelle là que dans le peuple, car il n’y aura qu’un changement de décor et des hypocrisies en plus. Lorsque M. de Goncourt voudra peindre un salon parisien et dira la vérité, il aura certainement de jolies descriptions à faire, des toilettes, des fleurs, des politesses, des finesses, des nuances à l’infini; seulement, s’il déshabille ses personnages, s’il passe du salon à la chambre à coucher, s’il entre dans l’intimité, dans la vie privée et cachée de chaque jour, il lui faudra disséquer des monstruosités d’autant plus abominables qu’elles auront poussé dans un terreau plus cultivé» (Emile Zola, Le Roman expérimental, Paris, Charpentier, 1881, pp. 266-67). In altri termini, è qui affermata l’omogeneità di fondo di tutti gli uomini, senza che le differenze sociali possano far da discrimine.
Edmond de Goncourt, Préface a Les Fréres Zemganno [1879], Paris, Champion, 2012, p. 112.
De Roberto, Prefazione a Documenti umani, cit., p. 112.
Mi riferisco a Le Guignon: testo che De Roberto tradusse e poi «inserì nei suoi cimenti letterari della sua controfigura Raeli», in appendice alla riedizione del romanzo Ermanno Raeli, nel 1923 (Di Grado, La vita, le carte, i turbamenti di Federico De Roberto, gentiluomo, cit., p. 14).
Zago, Introduzione, cit., p. 14.
Di Grado, La vita, le carte, i turbamenti di Federico De Roberto, gentiluomo, cit., p. 109.
Gabriele Catalano, Riflessioni sul primo De Roberto, Napoli, Ferraro, 1975, p. 100.
Per una lettura convincente della novella cfr. Elena Bottoni, «un modo di scrivere è anche un modo di vedere». Le novelle di De Roberto tra realismo dei piccoli fatti, strutture naturalistiche e psicologismo, «Rivista di Letteratura Italiana», xl, 1, 2011, pp. 89-93.
Federico De Roberto, La sorte, Palermo, Sellerio, 1997, pp. 128-129 (d’ora in poi citato ST). Il corsivo è mio.
Carlo Alberto Madrignani, Illusione e realtà nell’opera di Federico De Roberto, Bari, De Donato, 1927 («Temi e Problemi»), p. 27.
Sembra evidente, per questa novella, il modello intertestuale zoliano di Pot-Bouille (1882).
Cfr. Bottoni, «Un modo di scrivere è anche un modo di vedere», cit., p. 92.
ST, p. 40.
ST, p. 37.
ST, p. 41.
ST, p. 55.
Catalano, Riflessioni sul primo De Roberto, cit., pp. 115-117.
ST, p. 55.
Seymour Chatman, Storia e discorso. La struttura narrativa nel romanzo e nel film, Parma, Pratiche, 1981, pp. 15-16.
ST, p. 55.
ST, p. 56.
ST, p. 57.
ST, p. 61.
ST, pp. 61-62.
ST, p. 62.
ST, p. 64.
Vittorio Spinazzola, Federico De Roberto e il Verismo, Milano, Feltrinelli, 1961, p. 55.
Cfr. Catalano, Riflessioni sul primo De Roberto, cit., p. 118-123.
Cfr. Catalano, Riflessioni sul primo De Roberto, cit., p. 119.
Cfr. Catalano, Riflessioni sul primo De Roberto, cit., p. 123.
De Roberto, Prefazione, in Processi verbali, Palermo, Sellerio, 1976, pp. 9-10. D’ora in poi citato PV.
Di Grado, La vita, le carte, i turbamenti di Federico De Roberto, gentiluomo, cit., pp. 130-131.
Vitaliano Brancati, Federico De Roberto e dintorni, a cura di Rita Verdirame, Catania, Tringale, 1988, p. 94.
PV, p. 9.
PV, p. 11.
Cfr. Di Grado, La vita, le carte, i turbamenti di Federico De Roberto, gentiluomo, cit., pp. 131-32.
PV, p. 78.
Per una lettura della novella cfr. Margherita Mesirca, De Roberto verista a oltranza: una lettura di ‘Lupetto’, «Filologia e Critica», iii, 2011, pp. 434-442.
Cfr. Di Grado, La vita, le carte, i turbamenti di Federico De Roberto gentiluomo, cit., pp. 222-224.
Cfr. Sergio Campailla, Le figure mostruose del potere, in Gli inganni del romanzo. I Viceré tra storia e finzione letteraria. Atti del congresso celebrativo del centenario de I Viceré, Catania, 23-26 novembre, 1994, Catania, Fondazione Verga, 1998, pp. 81-92 e Annamaria Pagliaro, Psichological Portraists of the Mechanisms of Power. Subjective Perceptions and Deformed Visions of Reality in ‘I Viceré’ by Federico De Roberto, «Spunti e Ricerche», xix, 1, 2016, pp. 71-95.
È il caso soprattutto di Matilde Palmi, con la storia del suo amore incondizionato per l’infedele marito, di cui follemente s’invaghisce per forza di un’immaginazione alimentata fino all’eccesso dai nocivi fantasmi letterari. Ed è noto che per lunghi tratti (specie alla fine del romanzo) la voce narrante assume la prospettica etica e valoriale di Consalvo Uzeda, riportandone i pensieri e i monologhi interiori, per quanto neanche in questo caso sia lecito parlare di totale identificazione: sono diversi i momenti in cui il principino si contraddice, finendo per reiterare de facto, preterintenzionalmente, atteggiamenti e abitudini della stessa famiglia da cui intenderebbe recidere del tutto i legami. Per un approfondimento della questione cfr. Pierluigi Pellini, In una casa di vetro. Generi e temi del naturalismo europeo, Firenze, Le Monnier, 2004. pp. 225-232
Carlo A. Madrignani, Introduzione, in Federico De Roberto, Romanzi novelle e saggi, a cura di Idem, Milano, Mondadori, 1984, pp. ix-lxvii: p. xlii.
Antonio Palermo, La folla dei «Viceré», in Gli inganni del romanzo, cit., p. 186.
Vittorio Spinazzola, Il romanzo antistorico, Roma, Editori Riuniti, 1990, p. 68.
De Roberto, I Viceré, Milano, Mondadori, 2001, p. 164. D’ora in poi citato VR.
De Roberto, I Viceré, Milano, Mondadori, 2001, pp. 403-404.
Nunzio Zago, Federico De Roberto. ‘I Viceré’, in L’‘incipit’ e la tradizione letteraria italiana. L’Ottocento, a cura di Pasquale Guaragnella, Rossella Abbaticchio, Lecce, Pensa, 2010 («Mneme», 8), pp. 205-212: p. 206.
VR, p. 3.
VR, p. 5.
VR, p. 26.
VR, p. 31.
Vi è un’unica – pressocché irrilevante – eccezione: «Giuseppe, in quella confusione, non sapeva che fare: chiudere il portone per la morte della padrona era una cosa, in verità, che andava con i suoi piedi; ma perché mai don Baldassarre non dava l’ordine? Senza l’ordine di don Baldassarre non si poteva far nulla. Del resto, neppure gli scuri erano chiusi su al piano nobile; e poiché il tempo passava senza che l’ordine venisse, qualcuno cominciava ad accogliere un timore e una speranza, nella corte: se la padrona non fosse morta? “Chi ha detto che è morta?… Il cocchiere!… Ma non l’ha veduta!…”» (ivi, p. 6). Prima di aprire il portone principale, Giuseppe è colto in preda al dub-bio, e s’interroga sul da farsi.
Spinazzola, Il romanzo antistorico, cit., p. 67.
Nicola Tedesco, La norma del negativo, Palermo, Sellerio, 1981 p. 132.
VR, p. 349.
VR, p. 350.
Spinazzola, Il romanzo antistorico, cit., p. 67.
Al riguardo è fondamentale Giovanni Maffei, Certi fanti di Federico De Roberto, in Rappresentazione e memoria. La ‘quarta’ guerra d’indipendenza. Atti del convegno di Bruxelles (7-8 dicembre 2015), a cura di Claudio Gigante, Firenze, Cesati, 2017, pp. 157-173.